Ue, il giro di vite sulla pesca mette in allarme il settore ittico

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Dagli attacchi al consumo di vino perché potenzialmente cancerogeno fino alle giornate di fermopesca, dalle etichette alimentari a semaforo fino alla riduzione del consumo di carne: sono molti i tavoli su cui oggi l’agroalimentare made in Italy sta facendo a braccio di ferro con la Ue. L’ultimo nodo, in ordine di tempo, è quello della pesca, che in Italia conta 12mila pescherecci e 28mila posti di lavoro: la drastica riduzione delle giornate di attività ad appena 109 giorni all’anno imposta dalla Ue per il 2022, sostiene l Coldiretti, mette a rischio il futuro della flotta a strascico italiana. Da domani a Bruxelles si riunirà il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura dell’Unione europea, e le quote pesca saranno uno degli argomenti sul tavolo, tanto che due giorni fa la commissione Agricoltura della Camera ha votato all’unanimità una risoluzione che impegna il Governo a tutelare gli interessi della pesca nazionale nelle sedi europee.

Il problema delle quote pesca, spiega la Coldiretti, è legato al fatto che la Ue, nello stabilire ogni anno i limiti di catture per ridurre del 40% lo sfruttamento del Mediterraneo entro il 2026, finisce col colpire l’operatività delle nostre flotte «al di sotto del punto di pareggio economico». Per la risoluzione votata dalla Camera hanno espresso soddisfazione non solo le associazioni imprenditoriali (Alleanza delle cooperative Italiane Pesca, Coldiretti, Federpesca e Uecoop), ma anche i sindacati Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil: «Il settore è in stato di grande sofferenza – si legge in un comunicato – i ministri Ue dovranno coniugare i temi della sostenibilità ambientale con quelli della tenuta sociale ed economica della filiera ittica».

Al tavolo del Consiglio Ue verrà affrontato anche il tema del Nutriscore. E Federalimentare, che da sempre è in prima fila nella battaglia contro le etichette a semaforo, è preoccupata che a quel tavolo si possa far largo un compromesso: escludere le Dop dai sistemi di etichettatura nutrizionale, e poi dire di sì. «Se portiamo avanti l’esclusione di questi prodotti combatteremo una battaglia a metà – dice il suo presidente, Ivano Vacondio – Dop e Igp, seppure importanti, rappresentano solo il 10-11% del fatturato dell’industria alimentare e il 20% dell’export». Sempre questa settimana, ma a Strasburgo, si è aperto un altro braccio di ferro tra l’Italia e l’Europa, e che vede al centro i produttori di vino: la Commissione speciale sulla lotta al cancro del Parlamento europeo, approvando la relazione che dovrà poi essere votata dall’assemblea plenaria, ha stabilito che «non esiste un livello sicuro di consumo di alcol». Per Federvini «il voto rischia di legittimare una posizione tesa a demonizzare quasi tre millenni di storia, cultura e tradizione della civiltà del bere italiana. Cultura che per noi vuol dire convivialità, socialità, nell’ambito della dieta mediterranea».

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