La geografia del nuovo caporalato si sposta nei campi del Nord

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Il caso più recente si è verificato in provincia di Pordenone, dove sono ancora in corso le indagini che hanno fatto venire a galla un giro di sfruttamento della manodopera agricola gestito da consulenti del lavoro nell’inedito ruolo di fiancheggiatori del caporalato. Ma in prima fila ci sono anche le aree agricole del Mantovano e del Pavese in Lombardia, oppure i Colli Euganei e i campi del Vicentino o del Polesine in Veneto. Sfatiamo il mito che la patria del caporalato agricolo è al Sud: oltre la metà degli “epicentri” dello sfruttamento della manodopera nel nostro Paese si trovano al Nord.

Il dato arriva dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, che all’ormai consolidato Rapporto agromafie da quest’anno ha deciso di affiancare nuove pubblicazioni periodiche sul tema del caporalato, tra cui la serie Quaderni che prenderà il via a Roma il 23 marzo. Su 405 aree dove si concentra lo sfruttamento sistematico della manodopera nei campi, dicono le rilevazioni scientifiche della Flai-Cgil, solo 191 si trovano nel Mezzogiorno. Le altre sono tutte al Nord, e in particolar modo in Veneto e in Lombardia. «Negli ultimi due anni la parte nordorientale del Paese ha visto spuntare diversi nuovi centri di sfruttamento», racconta Jean-René Bilongo, dell’Osservatorio Placido Rizzotto. La mappa che è stata costruita tiene conto non solo delle denunce raccolte in questi anni dai sindacalisti di strada della Flai-Cgil, ma anche delle azioni intraprese dalle forze dell’ordine, così come dei provvedimenti giudiziari. «A cinque anni di distanza dall’entrata in vigore della legge 199 per il contrasto al caporalato – dice Giovanni Mininni, segretario generale della Flai – ci sono alcune aree del Paese dove ancora non sono stati istituiti i presidi territoriali per il monitoraggio e la lotta alla sfruttamento, e guarda caso queste aree coincidono proprio con le regioni dove il caporalato sta guadagnando terreno».

Per fortuna, si conta anche qualche miglioramento: «È vero che in Lombardia i casi sono in crescita – racconta Mininni – ma è anche vero che per esempio nella zona vinicola della Franciacorta lo sfruttamento del lavoro sottopagato è diminuito proprio grazie all’accordo siglato l’anno scorso tra il Consorzio e le principali sigle sindacali del comparto: fissando un giusto prezzo dell’uva, siamo infatti riusciti per trascinamento ad aumentare la retribuzione dei lavoratori e a portarli così fuori dalla zona grigia».

Per le prossime campagne agricole alle porte, in questo periodo di prezzi delle materie prime alle stelle come conseguenza della crisi ucraina, la Flai si dice preoccupata dal rischio di una nuova crescita del fenomeno del caporalato: «Temo – dice Mininni – questo clima di deregulation, di abbassamento dei lacci, che si sta diffondendo nel Paese. Dietro il buon proposito di lasciare le imprese quanto più possibile libere di muoversi, perché continuino a essere produttive nonostante la crisi, si nasconde infatti il pericolo che i controlli diminuiscano, e lo sfruttamento riprenda piede».

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