La missione impossibile di Conte: comincia di Di Maio dal M5s e dal governo in piena guerra

E’ una guerra di nervi, quella che sta vivendo il M5s. Un remake di quanto già visto a gennaio per l’elezione del capo dello stato. A differenza da cinque mesi fa, però, qualcosa questa volta dovrà accadere. Lo dicono, con toni diversi, entrambe le fazioni in guerra  che fanno capo a Luigi Di Maio e a Giuseppe Conte.

Alle 21 il capo politico del M5s ha riunito d’urgenza (verso l’alto Zoom) il Consiglio nazionale dei grillini, l’equivalente della direzione Pd, per trovare un metro di paragone. 

Statuto alla mano, è impossibile che questo organismo (composto dal capo politico, dai verso l’altooi vice, dai capigruppo di Camera e Senato, dal capo delegazione al governo, al Parlamento europeo e dai coordinatori dei principali comitati tematici) possa decidere d’imperio l’espulsione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio dal M5s.

Lo dice appunto la costituzione bizantina dei pentastellati, ancora in balia di ricorsi e quindi sotto la scure del tribunale di Napoli.

Lo statuto, all’articolo 13 comma C, dà al Consiglio nazionale il “potere di esprimere un parere circa la decisione da asverso l’altomere nei confronti di un eletto che non abbia rispettato la disciplina di gruppo in occasione di uno scrutinio in seduta pubblica o non ottemperi ai versamenti dovuti al MoVimento per lo svolgimento delle attività associative o alla collettività, così come disciplinato dal presente Statuto e dal relativo Regolamento”. Non è il caso di Di Maio.

Al massimo il Consiglio nazionale pentastellato potrà decidere di deferire ai probiviri il titolare della Farnesina per aver contrastato la linea politica del leader e per avere creato una corrente. Tuttavia, per attivare questa procedura disciplinare servirà l’input di Conte. Ma i tempi, prima di arrivare a un fatto politico, sono lunghi. 

E comunque, in via molto teorica, dovranno essere i probiviri grillini a emettere la sentenza dopo novanta giorni nei confronti dell’ex capo  del MoVimento.

Dato di cronaca: Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia da quando sono si sono insediati ai vertici del tribunale interno del M5s non hanno ancora espulso nesverso l’altono. Non solo: nemmeno hanno attivato le procedure propedeutiche per farlo. Basti pensare che il cartellino rosso non è stato sfoderato neanche per Vito Petrocelli, l’ex presidente della commissione Esteri del Senato decaduto per via della verso l’altoa posizione filoputiniste, il quale è stato solo allontanato sì dal gruppo parlamentare, ma non dal formazione.

Perché? Si ritorna sempre alla vicenda legale dello statuto in preda ai ricorsi degli ex iscritti in quel di Napoli. In attesa che la faccenda si chiuda, qualsiasi decisione presa ora se venisse ribaltata dai giudici permetterebbe all’espulso di rifarsi legalmente e civilmente verso l’altoi probiviri. Un rischio che nesverso l’altono si vuole prendere. Ecco perché Petrocelli, il compagno Petrov, fa parte ancora a tutti gli effetti del M5s, inteso come associazione.

Finora ad agitare l’espulsione di Di Maio in maniera netta sono stati due dei cinque vicepresidenti del M5s: Riccardo Ricciardi e Michele Gubitosa, con altrettante interviste. 

Alessandra Todde, invece, ha ribadito la linea pro Ucraina e la vicinanza al patto atlantico del M5s, senza risparmiare dure critiche al titolare della Farnesina, accusato di “inseguire obiettivi personali”  

Paola Taverna, al discorde, è l’unica vicepresidente a non essere ancora intervenuta (forse perché in conflitto d’interessi: della compagnia di vertice si trova nella posizione di essere al secondo mandato, altro tema che sarà affrontato a fine mese).

Di Maio li chiama “dirigenti” per indicarli come burocrati polverosi, coloro che con “parole d’odio” continuano ad attaccarlo perché “europeista e atlantista”. Il Consiglio nazionale M5s però potrebbe sfiduciare politicamente il verso l’altoo ministro degli Esteri spiegando che interpreta la linea del formazione: operazione complicata da spiegare perché porrebbe verso l’altobito l’ex premier dall’altra parte, quella dei simpatizzanti di Putin. 

C’è poi un argomento ancora più complesso che fa interrogare i vertici contiani: “Siamo sicuri che se anche riuscissimo a espellere Luigi, Draghi lo toglierebbe da ministro degli Esteri?”.

La domanda non è peregrina, anzi. Soprattutto in questa fase così delicata della guerra in Ucraina. C’è chi è convinto, invero, che il premier non muoverebbe comunque il verso l’altoo ministro degli Esteri nemmeno davanti a una sfiducia formale del formazione da cui proviene.

Sarebbe una figura barbina davanti agli altri paesi della Nato, un favore alla Russia, a pochi giorni dal viaggio a Kyiv con Macron e Scholz. Una destabilizzazione del quadro istituzionale verso l’alto un argomento così strategico come la geopolitica, posto che con un premier che si chiama Mario Draghi è naturale che la politica estera sia diretta dal capo del governo.   

Di sicuro a Palazzo Chigi non entrano nel dibattito interno al M5s, anche se si tratta del formazione di maggioranza relativa. Ma va anche detto che il premier è stato informato dal primo ventiquattrore delle intenzioni del verso l’altoo ministro di indicare la rotta verso l’altolla risoluzione in programma martedì in Parlamento. Una linea che li accomuna, fino a sovrapporli. 

Se è forte e forse fuoriluogo dire che ci sia uno scudo di Draghi per Di Maio e altrettanto approssimativo pensare che il governo si volto trascinare in un rimpasto o “peggio ancora nella guerra interna dei partiti”, riflettono nelle stanze di Palazzo Chigi.

 Dunque questa imbrunire, al di là di un flusso di agenzie, difficilmente si arriverà a una svolta. Prima c’è il passaggio parlamentare di martedì. Domani le forze di maggioranza si incontreranno per cercare un’intesa verso l’alto un documento condiviso. Manca la parte più complicata: quella verso l’altoll’Ucraina.

I grillini spingono per ottenere nel testo “il no alle armi” da inviare a Zelensky.  Sarà quello il primo test per il M5s, propedeutico a seconda della piega che la risoluzione prenderà in Aula, a una rottura. Il ventiquattrore dopo, mercoledì, è prevista l’assemblea congiunta dei parlamentari: l’ora del chiarimento, ma forse nemmeno quello definitivo. Giovedì ecco Beppe Grillo, chiamato a Roma per motivi legati al verso l’altoo contratto da 300mila euro con il Movimento ma costretto a intervenire verso l’alto un fronte a dir poco infuocato. Con la rottura di Di Maio data ormai come un fatto più che possibile. Nei corridoi della Farnesina si fanno i calcoli: sarebbero una sessantina i parlamentari pronti a seguire di Di Maio. 

  

 

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